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Solitudine, separazioni, disperazione. A partire da un fatto di cronaca nera una riflessione sui risvolti più drammatici delle separazioni coniugali e delle ripercussioni sui figli

di Laura Porta.

Medea-SandysUn fatto di cronaca estremo è l’occasione per una riflessione sulle tensioni tra ex coniugi separati, che attuano la messa in scena di un vero e proprio teatro dell’orrore di cui i figli divengono loro malgrado spettatori. Il problema serio è quando queste ex coppie, totalmente obnubilate dalla devastazione reciproca del fallimento della loro relazione, non tengono minimamente conto delle ripercussioni nefaste che sui figli possono avere le lacerazioni e violenze psicologiche agite a cui i figli debbono partecipare, portandone con sè le ferite e le conseguenze.

Il 12 febbraio scorso una donna di 32 anni, Laura Paoletti, ha sparato con un fucile da caccia al figlio di sei anni, Giosuè Lucaroni, e poi ha rivolto l’arma contro di sé. Questo lo scenario ricostruito dai carabinieri sulla morte della donna e del bambino avvenuta in un appartamento al piano superiore di uno stabilimento nella zona industriale di Recanati. Laureata in economia, era titolare di un’attività di cartotecnica. Un amico di famiglia l’aveva incontrata una settimana prima e l’aveva trovata “serena”.

Scopriamo dalla ricostruzione dei fatti che aveva una relazione ‘complessa’ con il padre del bimbo, un geometra trentanovenne, approdata ad una burrascosa rottura con denunce reciproche, tra cui una da parte di lei per stalking. Erano in fase di separazione legale, le trattative erano a buon punto e si stavano definendo i particolari degli incontri tra il padre e il figlio. Proprio il giorno dell’omicidio e suicidio, alle 16 il padre doveva andare a fare visita al bambino e portarlo un po’ con sé dopo mesi di tensioni.

Non è certo questo il luogo per fare una perizia psicologica della donna e delle cause che l’hanno portata alla follia omicida, le ipotesi sul movente della donna si sono tuttavia rapidamente collegate all’imminenza della visita del padre al figlio stabilita dal giudice, come se il gesto avesse voluto significare: “Se la legge stabilisce che lui potrà tornare a vedere mio figlio, io piuttosto voglio mio figlio morto”.

In forme più lievi e sfumate assistiamo molto spesso all’utilizzo strumentale e manipolatorio dei figli, con modalità dannose psicologicamente per i bambini stessi, per agire delle vere e proprie vendette contro gli ex coniugi.

Nell’ambito della psicoterapia, quando abbiamo la fortuna di avere in cura questi ex coniugi, possiamo fare un lavoro per, in termini tecnici, aiutare queste persone a decostruire ed attraversare il fantasma di persecuzione reciproco.

medeaMa ciò che colpisce, come una costante, al di là delle diagnosi specifiche di cui sono portatori i singoli casi, è una difficoltà a soggettivare il proprio kakon, termine greco che significa ‘male’, il proprio orrore, per rigettarlo letteralmente sull’altro, che diviene il persecutore. Nel caso delle separazioni problematiche questo meccanismo è evidente, nessuno è disposto ad assumersi la propria parte di responsabilità nella crisi coniugale, c’è un escalation di reciproche accuse che porta all’odio e alla vendetta agiti, che causano una cecità che impedisce di preoccuparsi delle esigenze psicologiche del figlio (di sicurezza, di attaccamento verso entrambi i genitori). Le proprie personali deludenti vicende sentimentali vengono letteralmente scaricate sul figlio che, non solo deve assistere al teatro delle passioni ferite (cosa di cui farebbe volentieri a meno), ma è chiamato ad allearsi con un genitore e a rifiutare l’altro. Questo tipo di coinvolgimento da parte di un genitore per far fuori l’altro è un atto molto grave. Non tiene conto di due livelli ben distinti: una persona che può aver ferito come coniuge (in termini di tradimento coniugale, per esempio) non è necessariamente un cattivo padre. Il padre e il marito, così come la madre e la moglie, sono due ruoli completamente differenti. Un marito con tendenze all’infedeltà può essere un ottimo padre, e viceversa.

Si tratta di un fenomeno di grande complessità, ricco di sfumature come lo sono le passioni umane, lo psichiatra americano R. Gardner ha coniato il termine “sindrome da alienazione parentale” che, pur avendo il pregio di nominare un problema diffuso, non può rendere ragione dei singoli casi, innumerevoli.

Forse a questa donna, per tornare al nostro fatto di cronaca nera, è mancata l’occasione di un incontro autentico con qualcuno che abbia potuto accoglierla, ascoltarla e permetterle di elaborare ed arginare la sua violenza interna. Quanto odio c’era dentro alla sua follia omicida? E che cos’è l’odio? In un articolo intitolato «Pulsioni e loro destini»1 Freud, ci insegna che l’odio è anteriore all’amore, l’odio è più antico dell’amore in quanto esso risale alle pulsioni di autoconservazione dell’io, ossia è il modo di espellere dal corpo tutto ciò che è considerato o vissuto dall’io come malvagio, come un attacco.

Affiancato all’odio per il padre-nemico è affiorato l’aspetto più inquietante e divorante del materno, l’aspetto che ogni madre sufficientemente sana ed equilibrata saprebbe tenere a bada, che ha portato lo psicoanalista J. Lacan a suggerire la metafora che dipinge la madre come un coccodrillo con le fauci spalancate, pronto a divorare la sua creatura, richiudendole all’improvviso. Una versione terrificante della Cosa materna, della madre che non ha una sufficiente fiducia in sé e nel mondo per lasciare andare il suo bambino, affinchè faccia esperienza del mondo, nel bene e nel male. Da un apparente intento salvifico e protettivo si scatena la divorazione, l’uccisione, la catastrofe di una madre che decide della vita e della morte per ‘fare il bene’ del figlio.

L’odio è un modo di esteriorizzare il male che è dentro, e che non può essere assimilato.

Quale follia può infatti spingere degli individui a dei crimini tanto efferati quanto illogici? Sovente si tratta di persone che non dimostravano prima dell’evento tragico i segni classici della follia: il delirio, l’esagitazione incontrollata. La follia, non è un concetto semplice. Può succedere che l’odio si impadronisca di tutto l’universo mentale di un soggetto e divenga radicale, mirando a distruggere l’essere dell’altro. Quando questo odio passa all’atto su dei bambini, assistiamo al teatro della crudeltà. E allora è lo spavento, l’orrore. Perché ciascuno di noi, benché tutto preso dalla compassione, è anche sollecitato nella sua parte irriducibile di inumanità, senza la quale non c’è umanità che tenga. Solo riconoscendo ed elaborando le nostre componenti oscure, il nostro kakon, possiamo riuscire a non agirle. E per poter compiere questo processo di riconoscimento è necessario, prima o poi, fare un buon incontro.

1 S. Freud, Triebe und Triebschicksale, in Metapsychologie, 1915, trad. it., Pulsioni e loro destini, in Metapsicologia, in C. L. Musatti (a cura di), Opere, Bollati Boringhieri, Torino 2008, vol. VIII.

Credits Immagini: www.wikipedia.org

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

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