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Recensione del libro di Benedetta Silj: La pace non è un argomento. Gesti contemplativi per abbracciare la storia. Ipoc, Milano 2015.

Di Laura Porta

Questo non è un libro sulla pace, ma un esercizio di pace.

Può essere rischioso scrivere di realtà polarizzate (pace-guerra, amore-odio, creazione-distruzione, mente-corpo) con parole comuni, senza l’accortezza di un orecchio sensibile all’invenzione, al sogno al mistero, cioè alla dimensione enigmatica dell’esistenza.

Benedetta Silj vince la sfida, forse perché non si prende troppo sul serio. Indaga le sfumature che intercorrono tra realtà complesse come il trauma, l’imitazione, la natura, il sopruso, la femminilità e non cade nella trappola di avvicinare gli argomenti separandoli. È necessaria una vocazione poetica.

Con grazia ci accompagna attraverso meditazioni sulla pace, ci insegna a non inciampare nella contrapposizione di cose e concetti, evitando il conflitto. Abituati a un edificio della cultura fondato su posizioni antitetiche, irrigidite da una macchina del linguaggio finalizzata a proliferare esasperazioni e scissioni, rischiamo di perderci.

Eppure lo sappiamo, la realtà non è affatto “realistica”, ma ragioniamo come se vivessimo ancora in un’epoca pre-copernicana, in una piccola terra piatta e piana al centro dell’universo in cui ci si possa permettere di vedere tutto come su una linea retta. Sappiamo ormai da tempo di vivere in una condizione diversa e sbalorditiva. Sappiamo di vivere all’interno di una galassia che contiene miriadi di stelle e che ci sono miliardi di galassie oltre la nostra.

Tuttavia il nostro imprinting culturale fonda le basi della conoscenza su divisioni fossilizzate di ruoli e di concetti, sul conflitto si è giocata la nostra storia. Solo il poeta può permettersi di essere diseducativo in tal senso, smantellando regimi sia politici che concettuali senza nascondere l’esistenza della contraddizione e del male nel cuore stesso della vita e della “realtà”.

Freud lasciò in eredità a poeti l’indagine sui temi inaccessibili con il metodo logico-scientifico come la femminilità; l’autrice ci introduce a una sensibilità “altra” senza rinunciare a una rigorosa formazione filosofica e psicoanalitica, l’una non si contrappone all’altra, possono coesistere in pace fra loro!

Il tentativo è quello di sbaragliare sul proprio stesso corpo la lobotomizzazione che ci ha portati – e ci porta – ad isolare piccoli campi concettuali come “realtà vera”. È in gioco un movimento all’indietro e in avanti della conoscenza, in equilibrio precario, ma fedele al più solido principio della psicoanalisi secondo cui essa va reinventata ogni volta. È in gioco anche la propria autobiografia – mitobiografia come si dice a Philo (1) – perché la miglior stoffa del sapere è quella tessuta attraverso la maglia della propria incarnazione.

Con questi presupposti, depurati da mire accumulative sul sapere, possiamo accostarci al libro. Un viaggio “fuori asse” per chi sa che una delle nostre forze più grandi è la capacità che percepiamo esistente dentro di noi, sul piano biologico e spirituale, della creazione. Se non si risvegliano dentro di noi queste enormi energie dormienti non ci sarà futuro, né individuale né collettivo. Dovrebbe saperlo, in teoria, anche la psicoanalisi. Senza un atteggiamento “aurorale”, come lo chiama l’autrice, verso la conoscenza diventiamo esseri sotto tutela, impotenti. L’assunzione del sapere come dogma non è un’azione innocente e priva di conseguenze, soprattutto da parte di chi pratica come psicoanalista. Porta all’allevamento di persone addomesticate e amputate.

Particolarmente nutrienti, a mio avviso, sono le riflessioni sul trauma, sull’imitazione, sulla femminilità. Impossibile riassumere qui la miniera di intuizioni che aprono campi, incidono la consapevolezza del lettore al punto da mettere in discussione punti considerati finora “fermi”. È possibile conferire alla cura del trauma «uno spazio relazionale in cui non sia più necessario denegare la realtà […] e l’incontro enigmatico che ogni infanzia fa con la dismisura pulsionale e sovente ipocritamente dissimulata dell’adulto?» (Pag. 91).

L’imitazione del lavoro altrui può essere letta come mira appropriativa dell’Io di chi ha perduto il contatto con la propria generatività, ma esiste una «responsabilità degli invidiati»? (Pag. 154).

Il vasto universo femminile, indagato da punti di vista diversi ed originali, procede in un cammino lento verso la scoperta delle sue potenzialità inespresse, «pre-condizione di una relazione tra generi degna di questo nome» (Pag.202). Tema più che mai attuale nel tempo dei femminicidi.

Un avvertimento alla psicoanalisi che «rischia di incartarsi in un logos dogmatico e nella tecnica alienata che ne deriva a scapito delle sue più sorgive e dirompenti intuizioni» (Pag. 90).

Il pregio di questo libro è sapere di dire qualcosa della verità senza la pretesa di possederla, per la consapevolezza della sua precarietà. Se ne parla a riguardo della categoria del reale, ma senza scomodare il registro lacaniano occorre pur ammettere che ogni realtà è indicibile, perché nel momento in cui è espressa è assorbita dalla rappresentazione simbolica che non può significarla. Ma ciò è esattamente ciò che fa del compito del poeta – e dello psicoanalista – un impegno che non ammette tregua: trasformare (traendolo, traducendolo) l’indicibile nel dicibile. Si può fare altrimenti?

La pace narrata dall’autrice non è anestesia, ma «intelligenza della tragedia», un lavoro persistente che non retrocede sull’inconscio, ma lo accoglie in quanto “alterità” germinativa.

Note

1: Questo libro è frutto della rielaborazione finale del lavoro di specializzazione dell’autrice presso Scuola Philo, fondata da Romano Màdera. Per approfondimenti: R. Màdera, Una filosofia per l’anima. All’incrocio di psicologia analitica e pratiche filosofiche, a cura di C. Mirabelli, IPOC, Milano, 2013.

2: Recensione pubblicata su “Rivista di psicologia analitica. Nuova serie (2018). Vol. 45: Scripta volant. Scrittura clinica creatività”.

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