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Per una nuova cultura del dono.

La parola dono deriva dal greco metaforà, sta per qualcos’altro ed ha una funzione simbolica. Nei secoli il dono è stato il fondamento dei legami sociali, esso ha promosso la cultura dello scambio. Nell’ambito della donazione di organi il dono assume piuttosto il valore dell’offerta, ciò non toglie che chi lo riceve, pur non potendo ricambiare, sente il desiderio di manifestare la sua gratitudine verso il mondo, la società, la vita. Perchè l’offerta, a differenza del dono, tocca le dimensioni del sacro, dell’unicità, dell’eternità: come l’offerta della vita. Con Ross Bartolucci.

Dagli organi ai gameti. Da una prospettiva filosofica e sociale ad una prospettiva interiore ed analitica.

di Rossella Bartolucci e Laura Porta.

La cultura del dono. Del dono inteso come offerta gratuita di qualcosa. Qualcosa di prezioso. Qualcosa di sé. Del proprio corpo e quindi, per usare una dicotomia tutta occidentale e indubbiamente dubitabile, della propria anima.

donoDonare sangue, donare organi. Atti e concetti ormai entrati a far parte del vivere e del pensare comune. Divenuti ormai delle buone azioni, anche all’interno dell’etica cristiana, etica imperante in Occidente, etica che prevede premi e punizioni divine per ogni nostro agire.

Ecco. Donare organi e sangue, un tempo atti inimmaginabili in un’ottica cristiana, soprattutto donare organi, visto che la resurrezione dei corpi dovrebbe essere integra, sono ormai divenuti atti encomiabili e degni di premio divino, atti incoraggiati dalla Chiesa.

Non è così, ancora, per la donazione della radice stessa della vita, i gameti, gli ovuli e gli spermatozoi. Né, tantomeno, per la donazione temporanea del proprio utero nel caso della cosiddetta maternità surrogata.

Questi sono considerati addirittura atti blasfemi, eretici, contro Dio, che tentano di usurparne l’assoluto potere, atti gravemente immorali.

Questo giudizio negativo della Chiesa nei confronti del dono di potenzialità di vita da chi ne ha a chi, sterile e malato, non ne ha, è dovuto a due motivi essenziali:

  1. La non rintracciabilità della patrilinearità nel caso di uso di spermatozoi di un donatore qualora il partner maschile dell’aspirante coppia genitoriale ne sia privo o li abbia geneticamente compromessi. La compromissione della certezza della paternità. Per osmosi, questo terrore ancestrale della perdita della linearità di sangue che regge la società patriarcale tutta, pervade anche il tipo nuovo di donazione di gameti, l’ovodonazione, l’offerta di ovuli sani e vitali fatta da una donna in grado di produrne ad un’altra che, per patologia, non ne possiede di propri o li possiede malati e incapaci di far fiorire la vita.

  2. Il fatto che questo tipo di dono preveda spesso, almeno nell’ovodonazione, la fecondazione in laboratorio, extracorporea, vero punto cruciale dell’ottica cristiana nei confronti, non solo della donazione di gameti ma della fecondazione assistita tutta. La procreazione medicalmente assistita è infatti vista come un atto di ubris, un tentativo di sostituirsi a Dio nel decidere e dare la vita, una Torre di Babele delle biotecnologie. Il vero terrore della Chiesa verso l’atto fecondativo compiuto in laboratorio, omologo od eterologo, è dimostrato dal fatto che nella Bibbia vi sono vari esempi di fecondazione eterologa avvenuti però tramite atti sessuali canonici, quelli, soli, deputati alla procreazione.

dono1Si suppone e si spera che, così come è avvenuto per la donazione di organi, che ha subito nella visione cristiana un totale ribaltamento di posizione, da azione dannata ad azione santificante, ugualmente anche la donazione delle potenze di vita potrà divenire negli anni un atto encomiabile nel sentire comune della nostra società profondamente e inevitabilmente permeata dai principi etici ed ideologici cristiani, presenti anche in chi dichiara di non credere, presenti per nascita ed educazione.

Atti encomiabili quali effettivamente sono.

Perché si tratta di donare possibilità di vita, così come quando si donano organi, possibilità generative laddove non ci sarebbero. Si tratta non di sostituirsi a Dio, ma, in una prospettiva prettamente teologica, di fornirGli uno strumento di espressione laddove mancherebbe.

Immaginiamo che nella mente eccelsa di Dio, un bimbo concepito grazie ad un dono abbia lo stesso valore di un bimbo che per venire al mondo non ha avuto bisogno di aiuto alcuno.

Trasferimento, metafora

Nella donazione di organi e di gameti possiamo affermare che essi vengono trasferiti da un corpo all’altro, le radici greche del verbo trasferire ci portano alla parola metaforà; lo scambio ha la logica della metafora di qualcosa che sta per qualcos’altro: un ‘pezzo molle di tessuti impacchettati’… che supplisce al dono della vita. Si potrebbe dire che il processo del trapianto, della donazione di organi e di gameti, è così vasto, complesso e articolato nel coinvolgere le sfere biologiche, emotive, spirituali e psicologiche che possiamo afferrarlo unicamente come metafora. Dal momento che il ricevente entra in contatto con la possibilità reale di ricevere in dono un organo o un gamete inizia il suo rapporto immaginario e fantasmatico con il donatore. Non si saprà mai chi è, nella realtà. Ma c’è la dimensione del dono, c’è un regalo, secondo il linguaggio comune. Secondo Marcel Mauss un dono è un evento-azione che appartiene all’ordine simbolico. La chiave del dono è la sua reciprocità: ciò che si dà viene restituito, siglando un patto. La descrizione maussiana del dono è stata sia raffinata sia contestata (Godelier 1996). Ma nonostante miglioramenti sempre possibili, il dono rimane una chiave per comprendere le prime società umane. Da allora la nostra vita moderna si è evoluta e ha costituito altre norme sociali e il dono è diventato scambio stretto o commercio. I doni oggi esistono nella sfera personale, all’interno della nostra cerchia immediata, e hanno perso il potere di essere il fondamento dei legami sociali.

Nel caso della donazione di organi o gameti la donazione è fatta in absentia, a una popolazione generica, come fa un filantropo per una causa comune. Essa perde il tocco personale, per legge il donatore deve rimanere anonimo per sempre.

In alcune persone che hanno ricevuto organi o gameti il desiderio di trovare la fonte del dono è presente in modo consapevole: esso è ancestrale ed antico come l’impulso a sotterrare i propri morti, emerge da radici remote. Dunque il ‘dono’ ha un senso anche antropologico che ci attraversa, anche se da occidentali moderni. Possiamo trovarci, in quanto riceventi, a desiderare spontaneamente una reciprocità, di siglare un patto con il donatore anonimo. Alcuni riferiscono di aver acquisito atteggiamenti nuovi (mangiano la carne, gli piacciono gli animali…) quale manifestazione diretta di questo spirito arrivato con il dono. I trapiantati trovano regolarmente delle maniere personali di gestire l’impasse dovuta alla ricerca di un donatore irrintracciabile. Vanno al cimitero a deporre fiori sulla tomba di uno sconosciuto. Diventano madri o iniziano a fare volontariato per restituire il debito alla società. È chiaro che solamente una regolamentazione rigida dell’anonimato impedisce a questo anelito forte di diventare una faccenda delicata con forme inopportune di obblighi di gratitudine.

Con il passare del tempo l’urgenza di ricambiare svanisce, l’elaborazione immaginaria fa il posto all’intrusione nel corpo, con un recupero di salute e di generatività.

Il dono è, in questo caso, piuttosto un’offerta. Se nel gesto di donare ci si aspetta qualcosa in cambio, nel caso degli organi si tratta più di un offrire, un passare senza scambio. L’offerta non è a me (il che lo ricondurrebbe all’ambito commerciale), ma ciò che mi viene offerto è semplicemente preso da un campo aperto, non si sa da chi o come. L’offerta ci propone di tenerla. L’offerta ricevuta appartiene all’ordine del sacro, è speciale, è per sempre. Come l’offerta della vita. L’offerta fa parte del dono quando essa non chiede nulla in cambio. Essa è diretta ad un ricevente anonimo, è ricevuta da un donatore anonimo. I donatori dovrebbero essere chiamati ‘offerenti’. Essi offrono qualcosa al mistero della vita. Scompaiono così gli scambi immaginari, così presenti nel dono.

Roberto

Roberto, un paziente in attesa di trapianto, un giorno in seduta psicologica si chiese: “Si meritava il cuore di un altro?”. Sembra che molti trapiantati si facciano questa domanda. Il trapianto è un dono da uno sconosciuto che per il fatto di morire nell’atto dell’offerta non può essere ringraziato. Resta quindi un senso di debito, che fa nascere in molti trapiantati il desiderio di restituire al sociale qualcosa che è venuto precisamente dal tessuto sociale. Si meritava il cuore di un altro, sarebbe stato all’altezza del dono? Sembra che il trapiantato cammini in mezzo a due morti, uno reale e uno immaginario. Il morto reale, che gli ha donato il cuore, e il morto fantasmatico, che è l’ipotetica persona che poteva occupare il suo posto nel ricevere il cuore trapiantato. Apre quindi la domanda impossibile di ogni sopravvissuto: “Perché Io? Perchè non qualcun altro?” A modo suo Elie Wiesel, una sopravvissuta ad un campo di concentramento, si risponde: “Vivo e di conseguenza sono colpevole. Sono qui perché al mio posto è morto un amico, un camerata, uno sconosciuto”

Il rapporto con l’organo donato, con il tessuto sociale che lo ha offerto e con la propria vita, dipende dalla storia di ogni soggetto. L’organo cuore, il muscolo in sé, non porta da una persona ad un’altra l’amore, le emozioni, la sensibilità, la generosità, la solidarietà che vengono attribuiti ad esso come metafora.

Nel caso del cuore è più che una metafora, poiché è immenso l’atto di donare gli organi di un famigliare, rinunciando all’atto di seppellire l’ideale di un corpo integro. Per fare uno spazio al cuore nuovo, si deve preparare medicalmente la sede. C’è una tecnica chirurgica che come con gli alberi prepara la terra dove si effettuerà il trapianto. Nello stesso modo, psicologicamente, si prepara il soggetto ad accettare questo dono.

Perché il cuore trapiantato è anche un intruso, uno straniero dentro, un dono che da una parte bisogna preservare e da un’altra da cui occorre difendersi. In questo senso bisogna ricordare che anche il Cavallo di Troia era un dono. Questo rapporto ambivalente con il cuore che salva ma dal quale ci si deve anche proteggere, viene spiegato dal filosofo, trapiantato di cuore, J.-L. Nancy pensando al rigetto “rigetto: il mio sistema immunitario rigetta quello dell’altro. (Significa che “io ho” due sistemi, due identità immunitarie…) Molti credono che il rigetto consista letteralmente nello sputare il proprio cuore, nel vomitarlo: in fondo la parola sembra scelta apposta per farlo credere. Non è così, si tratta invece di ciò che è intollerabile nell’intrusione dell’intruso e che può diventare ben presto mortale senza terapia”.

Leggi l’articolo completo su il Blog della Casa dei Diritti

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