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Laboratorio Lettura Testi IRPA 2020, caso clinico dell’Uomo dei topi

 Appunti sulla nevrosi ossessiva secondo Lacan, di Laura Porta

 

Lacan rilegge le scansioni hegeliane della dialettica servo padrone applicandole alla clinica della nevrosi ossessiva, mettendo l’accento sulle figure dell’attesa del servo e della difesa della propria vita. Il servo hegeliano, come il soggetto ossessivo, non sa rischiare la propria vita nella lotta per il riconoscimento, egli sceglie piuttosto di attendere la morte del padrone. Anziché assumere il proprio desiderio, l’ossessivo lo differisce infinitamente, rinviando il tempo dell’atto e della scelta, per preservare l’essere dalla perdita di godimento che la scelta comporterebbe. Lacan curva in modo originale la dialettica hegeliana rivelando come nella figura servile dell’ossessivo la difesa della vita sia assolutamente giocando in attesa della morte del padrone:

 

In “Funzione e campo”, pag. 308, leggiamo:

 

 

“L’ossessivo manifesta uno degli atteggiamenti che Hegel non ha svolto nella sua dialettica del servo e padrone. Il servo si è sottratto davanti al rischio della morte in cui gli veniva offerta l’occasione di diventare il padrone in una lotta di puro prestigio. Ma poiché sa di essere mortale, sa anche che il padrone può morire. Da questo momento egli può accettare di lavorare per il padrone rinunciando nel frattempo al godimento: e, nell’incertezza nel momento in cui giungerà la morte del padrone, egli attende. Questa è la ragione sia del dubbio che della procrastinazione dell’ossessivo”.

 

Dalla sua lettura della dialettica hegeliana servo-padrone Lacan estrae il nucleo del fantasma ossessivo: rinunciando al proprio desiderio egli vuole risparmiarsi ogni perdita, rinviando la sua piena soddisfazione solo al tempo in cui il padrone sarà morto.

 

In realtà nulla può cominciare poiché, nella sua attesa pietrificata, il servo finisce per assomigliare a quella morte che attende e alla quale si identifica. Per questo, conclude Lacan, attendendo la morte del padrone e gli costituisce se stesso come già morto (Funzione e campo, pagina 308).

 

La madre dell’ossessivo, piena di sollecitudine e di attenzione per il proprio figlio-fall, non vuole rinunciare al suo gioiello. Si tratta di un rifiuto della castrazione che tende a imprigionare il bambino nella posizione di un vitello d’oro, di un oggetto feticizzato, che non ha però alcuna esistenza, nessun desiderio proprio.

 

Il godimento infantile dell’ossessivo, in quanto segnato da un eccesso, non viene mai dimenticato, non soggiace all’attività della rimozione, all’oblio dell’oblio: come si esprime Rey-Flaud:

 

“L’ossessivo, come Edipo, realizza l’uccisione del padre e ottiene, attraverso questo atto, il possesso di Das Ding. Solamente lui lo sa. O piuttosto, in lui la dimenticanza non ha conosciuto il suo raddoppiamento necessario per consacrare la perdita del crimine primordiale nella rimozione originaria. Attraverso il difetto dell’oblio dell’oblio questa ombra si impone alla coscienza sotto forma di ossessione (L’ELOGE DU RIEN)”.

 

Il godimento incestuoso della Cosa lascia una traccia colpevole nella coscienza. A differenza dell’isterica che non ricorda, l’ossessivo, invece, ricorda molto bene il godimento a cui ha dovuto rinunciare per obbedire alla legge del padre.

 

Ma l’ossessivo non è disposto a cedere la Cosa che lo rifornisce del godimento che vuole. La rottura del godimento che lega il bambino alla madre avviene sempre come un’intrusione inopportuna dell’Altro che sancisce la perdita del soddisfacimento immediato. Se l’ossessivo ha avuto accesso precoce a un troppo di godimento, è proprio a partire da questo troppo che ha interiorizzato la Legge dell’interdizione simbolica, cogliendone solamente gli aspetti più crudeli, confondendo la Legge con la sua declinazione meramente superegoica.

 

Laddove la Cosa materna è perduta a causa della Legge simbolica della castrazione, laddove cioè il mondo esterno diventa una sorgente discontinua di stimoli che impone la perdita della prossimità omogenea con la Cosa, la risposta del soggetto ossessivo a questa lacerazione è quella dell’odio, l’odio verso il significante che uccide la Cosa e che, interdicendola, la rende irraggiungibile.

 

Identificato massicciamente al fallo immaginario della madre, il soggetto ossessivo è obbligato dalla presenza della Legge del linguaggio a disidentificarsi, a perdere il godimento che tale identificazione gli procura, per poter eventualmente accedere al proprio desiderio (Seminario V).

 

Solo la perdita dell’identificazione immaginaria al fallo della madre rende possibile l’accesso del soggetto alla partita del desiderio, solo la perdita di questa identificazione rende possibile al soggetto di “poterlo avere senza esserlo”.

 

La madre del nevrotico ossessivo si presenta come avente un desiderio sempre insoddisfatto. Questa insoddisfazione elegge il bambino ossessivo a oggetto tappo della castrazione materna. La passività di fondo del bambino ossessivo vuole preservare l’identificazione immaginaria e narcisistica al fallo, cercando di situarsi nei legami con l’Altro nella stessa posizione che ha occupato nel desiderio di sua madre. Il senso di colpa diventa così lo stigma inconscio di questa relazione intima e incestuosa con l’altro materno, segnalando, altresì, la presenza di sentimenti ostili rimossi verso il padre. La coscienza servile dell’ossessivo e la sua oblatività sono spesso animate dalla spinta a prendere il posto del padre al fine di sigillare eternamente la sua identificazione al fallo materno.

 

Prendere il posto del padre, attendere che il padrone muoia, è il cuore del fantasma ossessivo.

 

La sua profonda ambivalenza è legata al fatto che per un verso egli esige la presenza del padrone, di un Altro pieno, senza castrazione, mentre, per un altro verso, la sua attesa è quella che il padrone muoia e che egli possa prenderne il posto recuperando il godimento impossibile della Cosa.

 

La nevrosi ossessiva è anche una difesa nei confronti della mancanza dell’Altro materno. Il bambino ossessivo rifiuta la castrazione materna ponendosi come il suo campione, il suo gioiello, il suo fallo immaginario. L’ossessivo si mortifica per far esistere il grande Altro senza castrazione, l’altro colmato nel suo desiderio, l’Altro dell’Altro. Il suo odio per l’Altro resta inconscio, trattenuto, come le proprie feci.

 

Come si pone il soggetto ossessivo nel transfert? Dal momento che egli odia il desiderio e la mancanza, la sua entrata in analisi avviene necessariamente sullo sfondo di un transfert negativo, poiché, nella misura in cui egli è costretto a domandare qualcosa, a formulare una domanda d’aiuto, per Il fatto stesso che debba domandare, che la domanda non sia dell’altro ma del soggetto, l’analista diventa oggetto di odio.

 

L’analista non presentifica l’enigma del desiderio dell’Altro nella sua funzione più agalmatica, ma il desiderio dell’Altro come incognita angosciante che destabilizza quella continuità tra l’Io e il sintomo che conforta l’ossessivo.

 

L’analista non è solo un soggetto supposto sapere, ma anche un soggetto supposto sussistere in sé, nella sua autosufficienza, è per questo più degno d’odio che d’amore.

Egli incarna quella figura dell’Altro rivale che l’ossessivo ha già incontrato nella sua storia come colui che lo ha spossessato di un godimento proibito e indimenticabile.

In tal senso l’ossessivo vive una profonda ambivalenza tra l’immagine idealizzata e ostile dell’Altro. La competizione edipica con il padre si trasferisce sull’ analista (Sem V).

 

L’esistenza dell’Altro lo rassicura sulla possibilità di evitare l’assunzione del proprio desiderio e il rischio che ciò comporta, ma lo lascia altresì nella condizione di sentirsi derubato dall’Altro della sua potenza fallica.

L’entrata in analisi riattiva precisamente questo nucleo fantasmatico esponendo il soggetto all’alterità della presenza dell’Altro e a fantasmi di rivalità immaginaria.

 

Nel corso dell’analisi la spinta aggressiva è sempre in agguato, in quanto segno della profonda ambivalenza che regola il rapporto del soggetto ossessivo con l’Altro. La disapprovazione, la svalutazione, la diffidenza, il sospetto verso l’analista sono l’altra faccia, in ombra, della sua apparente oblatività (Sem V).

 

Per questa ragione l’indicazione che Lacan dà all’analista nella conduzione della cura è quella di non spingersi troppo oltre con le sue interpretazioni, che l’ossessivo finirebbe per neutralizzare mostrandone la totale inefficacia, trasformando l’analista in una merda:

 

“Non bisogna dare all’ossessivo neppure un briciolo di incoraggiamento, di decolpevolizzazione, e neppure un commento interpretativo che vada un po’ troppo in là. Se lo fate, dovrete andare molto oltre e vi troverete ad aderire, cedendo con vostro grave danno, precisamente a quel meccanismo mediante il quale egli vuol farvi mangiare, se mi è consentito dirlo, il suo proprio essere come una merda” (Sem. VIII).

 

Questa ambivalenza appare chiaramente nel transfert che può essere, per un verso, assolutamente oblativo e idealizzante e, per un altro, sempre carico di un’aggressività inaspettata. In ogni rapporto di dipendenza con l’Altro, sotto la maschera dell’ oblatività, brucia l’odio inconscio per la perturbazione che l’Altro ha introdotto nel mondo facendo in modo che il soggetto non possa più vivere senza ricorrervi: come preservare un godimento infantile memorabile senza lasciarsi intaccare dall’Altro, senza incontrare l’angoscia della perdita dell’oggetto causata dall’esistenza dell’Altro?

 

L’ambivalenza verso il padrone mantiene il soggetto in una posizione di dipendenza frustrata.

È quando l’oggetto mostra una propria vitalità, un’alterità indomabile, che appare maggiormente l’angoscia. Per questa ragione l’entrata in analisi di molti ossessivi è spesso provocata dalla comparsa di un elemento che incrina il sistema autoreferenziale dell’Io. Si pensi, per esempio, all’angoscia dell’Uomo dei topi quando vede uscire dalla tomba un ratto che mostra inaspettatamente la presenza di un elemento vitale laddove dovrebbe invece regnare, incontrastata, la pace eterna della morte. Per un verso l’ossessivo ama la morte, perché la morte è l’annullamento dell’enigma del desiderio, è la soluzione finale del desiderio dell’Altro e della sua minaccia, ma per un altro verso egli è letteralmente ossessionato dalla morte, perché essa è il padrone assoluto, l’evento che non si può, per definizione evitare, scansare, governare, perché la morte non può morire.

 

L’ossessivo cerca di tenere lontano il desiderio dalla propria esistenza.

La sua vita è un evitamento sistematico e programmato dall’incontro con il desiderio dell’Altro e con il reale del godimento, per questo mobilita diverse strategie difensive.

L’aspirazione al tutto fa sì che l’ossessivo viva l’altro sesso come un fattore di angoscia che gli impedisce di essere tutto e dal quale tende a tenersi alla larga. La donna è una minaccia, è l’incarnazione di un godimento che lo angoscia e che rifiuta. Il desiderio ossessivo non si rivolge al desiderio dell’Altro, non punta alla sua mobilitazione, ma alla sua distruzione, alla sua mortificazione. Nella parte finale del seminario V Lacan parla del desiderio ossessivo come finalizzato alla distruzione del desiderio dell’Altro. L’odio ossessivo scaturisce dalla presenza del desiderio dell’altro. È odio che si dirige verso il desiderio, colpevole di introdurre nell’esistenza l’instabilità, impossibile da governare, del desiderio dell’Altro.

L’ossessivo non sopporta di avvertire la presenza della mancanza, di fare l’esperienza della propria divisione, della sua esposizione all’incognita del desiderio dell’Altro.

Il soggetto ossessivo introduce tra sé e l’Altro un muro, una difesa, il suo è un desiderio che non intende incontrare il desiderio dell’Altro, ma distruggerlo. L’esigenza di preservare il luogo dell’Altro come costantemente ripulito dalle tracce del desiderio e del godimento può manifestarsi in forme molteplici, nelle quali possiamo facilmente ritrovare alcuni dei tratti caratteriali dell’ossessivo già isolati da Freud: meticolosità, ostinazione, passione per l’ordine e per la pulizia, avarizia, impeccabilità, rigore morale, strategie di evitamento…

 

Nelle manovre di distruzione del desiderio dell’Altro la sua necessità è quella di tenersi a distanza dal proprio desiderio come unica condizione per poter desiderare. Per questa ragione nella sua vita amorosa egli cerca di tutelare la scissione fra il desiderio e l’Altro.

 

L’odio ossessivo per l’oggetto d’amore risulta illimitato perché non si può perdonare chi ha introdotto nel mondo la discontinuità angosciante della mancanza. Per questa ragione la versione idealizzata della donna, che così frequentemente nutre il fantasma ossessivo, può trovare la sua massima realizzazione proprio nella figura della donna morta. La tortura del proprio partner, la mortificazione di ogni suo progetto vitale, la propria trasformazione in un aguzzino che punta alla sistematica demolizione del desiderio dell’Altro si spiegano a partire dal fatto che la partner della relazione amorosa acquista il valore di una mancanza che il soggetto vorrebbe semplicemente annientare.

 

Scegliere una donna comporta rinunciare al godimento illimitato della relazione con la Cosa materna, il rapporto con una donna lo espone alla turbolenza del desiderio e alla rinuncia al godimento incestuoso del rapporto con la madre.

Il sadismo ossessivo rivela così, sintomaticamente, l’impossibilità del soggetto di accostarsi all’incognita del desiderio dell’Altro, di sostenere il proprio desiderio, che in prossimità della presenza del desiderio dell’Altro, si rivela sempre evanescente.

Lacan osserva che molto spesso, da parte dei genitori del soggetto ossessivo, o di uno dei due, si verifica una pratica sistematica di distruzione del desiderio dell’Altro (La direzione della cura, pag. 626).

 

Il desiderio del bambino viene tirato dalla parte della madre, in una logica di alleanze mortifere, al fine di demolire l’altro genitore. La madre può identificare il proprio figlio nella posizione di un gioiello fallico pietrificato, sganciandolo dalle vie simboliche dello scambio, ridicolizzando o allontanando, in modi diversi, la figura paterna. Si assiste a una distruzione sistematica del desiderio dell’Altro che impedisce una giusta eredità simbolica del desiderio.

 

 

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